venerdì 15 giugno 2012

Only the good die young

Le persone muoiono, e noi andiamo avanti.
Prima di mio nonno non avevo mai avuto lutti in famiglia e, avendo avuto a che fare con la morte solo per vie traverse (telegiornale, film, amici di amici, etc) mi sono sempre domandata come si facesse ad andare avanti portandosi dentro chissà quale dolore straziante. Ho sempre creduto dovesse trattarsi di qualcosa in grado di scavarti dentro, di un vuoto che ti annienta, perchè loro sono quelli che muoiono ma tu sei quello a cui tocca andare avanti con il peso di questa mancanza. Morire, in fondo, l'ho sempre trovato un po' egoista.

Poi è toccato a me, e all'inizio sono rimasta paralizzata dal dolore. Durante la giornata andavo avanti, facevo cose, e poi arrivavo a sera nella mia stanza che non sapevo nemmeno come ci fossi arrivata. Tentavo di ricostruire le mie giornate e non ci riuscivo; poi mi sono accorta che non riuscivo a guardare in faccia le persone; non avevo argomenti di conversazione, solo un chiodo fisso, come l'immagine del sole che ti rimane stampata dietro la retina quando lo guardi direttamente. Io ero comunque una persona normale, solo che sembravo senza anima.
Qualcuno mi ha detto cose cattive ed egoiste. Mi hanno detto che il lutto era mio, non degli altri, che ero l'unica a provare dolore e che dovevo voltare pagina.
Un giorno, due mesi dopo, mi sono svegliata una mattina e l'ho fatto: ho voltato pagina. Feci le valigie, raccolsi le mie cose, uscii dalla porta e non tornai più. Ricominciai da capo, a casa mia, dove tutto era iniziato.

Dapprima, con la mia famiglia, se ne parlava tutti i giorni. Abbiamo sviscerato il discorso non so quante volte, siamo scesi nei peggiori dettagli, non ci siamo risparmiati una sola parola. Abbiamo pianto, oh se abbiamo pianto. Io di nascosto, mia nonna davanti a chiunque le chiedesse "come stai?". Poi le cose, in un certo senso, si sono aggiustate. Siamo riusciti a farci posto attorno a quel vuoto, abbiamo dato nuova forma al tempo ed alle cose.

Io non lo so se Dio esiste o no, mi pongo questo quesito ogni giorno. Però so che noi siamo ancora qui, siamo quelli che soffrono, e le orme di coloro che se ne sono andati stanno svanendo cancellate dal mare del tempo.

7 commenti:

  1. Mi spiace, condoglianze.
    Purtroppo conosco bene le sensazioni che hai provato, come so bene che alla fine il tempo aiuta a "normalizzare" le cose.
    Bellissima la frase conclusiva, ma lasciami dire che non è proprio così: quelle orme vengono nascoste dal vento, ma non svaniscono affatto: le troverai ogni volta che le vorrai cercare, e senza nemmeno andare tanto distante: le troverai sempre dentro di te :)

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    1. Senza dubbio, ma mi accorgo che io non ne parlo mai.
      L'ho praticamente cancellato da qualsiasi mia conversazione e forse è un segno che in realtà non sono mai davvero andata avanti.

      Forse è il senso di colpa, non lo so...

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  2. Io in Dio ci credo. Non in quello dipinto dalle religioni. Io credo in un Dio che ci ha creato e ci lascia sperimentare. Non è vendicativo. Non ci protegge. Ma c'è.
    Diverso il discorso di una vita dopo la morte. Quella mi auguro che non ci sia. Per paura. Perché quello che ci aspetta dopo la morte è eterno e non si può variare, mentre quello che mi fa andare avanti adesso che sono in vita è la speranza di poter cambiare ciò che accade intorni a me.

    Io la morte la conosco sin da piccola. Ho perso il mio nonno quando avevo 6 anni. Non l'ho capito subito, ero una bambina e nessuno mi spiegava. Vedevo il mio nonno sdraiato nella bara, sembrava dormisse. Tutti intorno a me piangevano, e io non capivo.
    Poi sono cresciuta. A 16 anni ho perso nel giro di 3 settimane le persone più importanti della mia vita: mia zia e mia nonna, spente da un cancro. Le ho viste sfiorire... mia nonna per anni, mia zia si è spenta in pochi mesi. Questa volta il dolore l'ho vissuto prepotentemente. Un pezzo del mio cuore è stato sepolto con loro. Quando ho buttato una manciata di terra sulla bara di mia zia, come si usa fare, ho detto addio anche ad una parte di me. Dicono che il dolore si superi. E' falso. Il dolore si impara a controlare. Ci si convive. Sono passati 16 anni, ma io soffro ancora. Mi capita di svegliarmi al mattino e di pensare a quacosa che ho sognato... di pensare che vorrei chiamare la zia e raccontarglielo... poi ricordare che non posso, che lei non c'è più. Piango ancora. Le parlo ancora. Ho tatuato le sue iniziali e quelle di mia nonna sulla schiena, come simbolo dei miei affetti che, anche solo per il fatto di essere esistiti, mi coprono le spalle.
    Quando avevo 18 anni dovevo andare in Equador con una mia zia oaterna e il mio cuginetto di 10 anni. All'ultimo minuto non sono andata... e l'aereo è caduto. Io non c'ero, ma dovevo esserci. Ho sofferto ancora, anche se erano persone che vedevo di meno, abitando lontano. Ma mi hanno aperto gli occhi: il destino.
    Ognuno di noi ha un destino. Non importa cosa fai: lanciarti col paracadute o stare a casa a vedere la TV... quando la tua ora arriva in qualche modo ti trova.
    Ho perso altre persone da allora. In circostanze brutte, sbagliate. Dopo sofferenze che non meritavano. E piano piano ho imparato a gestire la sofferenza.
    La sofferenza si impara, ma non si supera. Ti aiuta a diventare quello che devi essere.

    Ti abbraccio

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    1. Io in realtà in Dio non ci credo, per svariate ragioni e riflessioni personali che non mi va di stare qui a riportare. Mi piacerebbe crederci ed invidio davvero tutti quelli che hanno fede in questo "qualcosa di più grande", ma io non ci riesco.
      E a dire il vero non credo nemmeno ai discorsi del tipo "quando arriva la tua ora" perchè, naturalmente, non credendo in qualcosa di superiore non trovo plausibile un discorso del genere.

      Sicuramente i morti male non stanno: sono morti, che vuoi che gli freghi? :P
      Alla fine, siamo noi quelli che restano a domandarsi perchè e vivere nel rimpianto dei bei giorni andati che non ritorneranno mai. L'unica cosa possibile che puoi fare è andare avanti continuando a ripeterti che è ciò che i tuoi cari avrebbero voluto per te.

      Però è uno schifo. Certi giorni, come dici tu, è proprio un peso che ti si pianta sullo stomaco.

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  3. La prima perdita importante l'ho avuta a 4 anni e mezzo: mia nonna paterna. Viveva con noi, ma già da mesi era in ospedale e lì non lasciavano entrare i bambini per le visite... così ho semplicemente capito che non sarebbe proprio più tornata a casa, e ho insistito per andare a salutarla al funerale anche se i miei inizialmente volevano lasciarmi a casa con l'altra nonna.
    Poi "l'altra nonna", e di anni ne avevo già 18 (e terminai anche i nonni, visto che i due nonni maschi sono mancati molto prima che nascessi io)... ma lì c'era in qualche modo la "consolazione" che era inchiodata a letto da un ictus grave da un anno e mezzo: paralizzata a metà, non parlava nemmeno.
    A dicembre scorso è toccato a mia madre.
    Pure lei erano mesi che tribolava per la salute, ma stavolta... no, nessuna consolazione. Anzi, un'aggravante: stavolta era lei diventata nonna da poco e non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere la nipotina.
    Cerco di chiudere che ho già scritto troppo... capisco perfettamente come ci si sente, e trovare il momento per "andare avanti" è fondamentale, anche se ognuno ha i suoi tempi. Sono contenta che tu ce l'abbia fatta... :) ora spero che prima o poi arrivi questo momento anche per me.

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    1. Carissima, io ho perso un nonno ma mia madre ha perso suo padre (che tra l'altro vivevano con noi da quando i miei sono sposati, perchè la casa era/è loro).
      Dalle tue parole capisco cosa voglia dire tutto questo per mia madre, anche a distanza di anni, quando credi che sia un dolore "superato" e lo dai per scontato ma invece non lo è mai.

      Non si va mai davvero avanti, si impara solo a gestire la sofferenza. Ci si adatta attorno al vuoto.
      Sono sicura che ci riuscirai anche tu, con il tempo :)

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  4. Pensavo ad un post su Billy Joel, e ne trovo uno (scritto benissimo) per il quale ti abbraccio tanto. I ricordi di chi non c'è più rimangono, sì, sono ancora dolorosi ma ci arricchiscono, sono nostri e a volte ci confortano.

    L'unica cosa da fare è voltare pagina, ma è bello, continuare a ricordare.

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